Dopo il successo di Metropolis II, i Dream Theater erano entrati in una fase di studio, di ricerca. Si sentiva il bisogno di dirigere le idee verso nuovi lidi ma, ascoltando i lavori successivi, si aveva la netta sensazione che, a fronte di una quantità impressionante di materiale sonoro, non ci fosse altrettanta chiarezza sul modo con cui plasmarlo. Lungi dall'esaurire una vena creativa al contrario sempre prodiga, i Dream Theater davano l'impressione di roteare su se stessi, produttori di una forza energetica devastante ma, per varie ragioni, incapaci di darle una direzione.
Octavarium sembra aver finalmente posto fine a questa impasse. Tornando a un sound più vicino a quello dei tempi di “Images and words” e ricco di spunti di floydiana memoria, i Dream Theater prendono finalmente una strada precisa dal punto di vista sonoro e compositivo e, a briglie sciolte, sfornano un disco entusiasmante.
Si nota subito un rischiararsi di idee che erano, fino a qualche tempo prima, perse in un grigiore confuso e soffocante. Ora tutto è colore, energia che, a grandi fiotti, fluisce e travolge. Sembra quasi che il quintetto di New York si sia tolto un peso di dosso e abbia finalmente potuto dar sfogo alla propria creatività senza più lacci a condizionarne l'espressione.
In particolare c'è la sensazione di una maggior coesione su tutti i fronti, come se i cinque componenti riuscissero a dare il meglio, in una simbiosi pressoché perfetta. I Dream Theater hanno riacquistato coscienza di sé e si sono messi a fare musica più col cuore e meno con la testa. Il risultato è brani più emozionanti e meno cervellotici. Pur sempre con la suprema tecnica che ora però viene messa al servizio della musica, senza più dominare la scena con prepotenza ma limitandosi a deliziare le orecchie di chi ascolta.
Dopo i tormenti di Train of thought, i Dream Theater, con Octavarium, sembrano aver ritrovato la sicurezza smarrita.
Anno di pubblicazione: 2005
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OCTAVARIUM - Dream Theater
TRAIN OF THOUGHT - Dream Theater
Prosegue la marcia dei Dream Theater verso la ricerca di nuove sonorità e di nuove direzioni stilistiche, iniziata nel precedente lavoro Six degrees of inner turbulence. La scala di grigi con cui il libretto è stato pubblicato riflette le tinte con cui è stato dipinto questo disco: fosco, ruvido, metallico, probabilmente il più “scuro” di tutti i loro lavori. E` un album impegnativo dal punto di vista della fatica di ascolto poiché aggredisce l'ascoltatore con brani graffianti, a volte brutali.
I Dream Theater mostrano il loro lato oscuro e presentano una raccolta di canzoni a muso duro. C'è un malessere di fondo, una sorta di risentimento, di rabbia repressa che loro stessi fanno quasi fatica a trattenere. Quando non ci riescono la musica prende il sopravvento e deraglia. Sembra proprio che Train of thought sia proprio una sorta di momentanea perdita di controllo del quintetto, un treno lanciato in corsa, carico di pensieri, di cattivi pensieri, aggiungerei. Qui non si costruisce nulla, si distrugge, si va alla deriva, i Dream Theater stessi suonano senza sapere esattamente cosa stanno suonando, sono in trance, iniziano un discorso ma ne perdono il filo di lì a poco, poi magari lo riprendono in un momento di lucidità dopo essersi persi nelle loro follie ma non sempre ci riescono.
Train of thought è un album che lascia frastornati, mette a disagio, disorienta. I sospetti nati con “Six degrees”, dove si intravedeva una perdita di direzione da parte del gruppo qui prendono consistenza. I Dream Theater si sono persi nei loro meandri strumentali e sembra che non riescano più a venirne fuori, la cosa inquietante è che il labirinto in cui si sono cacciati è tetro e spaventoso e non tutti sono disposti a seguirli fin lì dentro.
Chi invece desidera vedere dove andranno a finire deve però stare attento a non perderli di vista perché questa volta i nostri sono animati da oscuri pensieri, non hanno tempo da perdere con nessuno, non vogliono dar retta a nessuno e non si preoccupano che quelli che li ascoltano li capiscano davvero. Questa volta ci sarà da correre per stargli dietro.
Anno di pubblicazione: 2003
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SIX DEGREES OF INNER TURBULENCE - Dream Theater
Negli ultimi anni si sono criticati alcuni gruppi metal perché diventati un po' troppo "commerciali". Album considerati pietre miliari nella storia del genere vengono seguiti da mediocri lavori che sacrificano un sound ostico ma affascinante per uno più orecchiabile ma scontato.
Per i Dream Theater accade invece che vengano criticati per il motivo contrario, cioé esagerano nel cercare a tutti i costi la complessità compositiva, al punto da mettere in difficoltà l'ascoltatore nel seguirli attraverso i loro labirintici cunicoli sonori.
C'è da dire che da questo album in poi, i Dream Theater pongono le basi per un'impostazione sonora che verrà mantenuta in tutti i successivi lavori. Si nota infatti come, se da un lato nei primi cinque album in studio era evidente un'evoluzione da un punto di vista stilistico, da ora in avanti lo stile tende a stabilizzarsi. Il gruppo incentra la propria ricerca artistica più sul lato creativo/compositivo, dedicandosi a quello sonoro solo marginalmente, operando qualche ritocco qua e là ma mantenendo una certa coerenza. Ecco allora che prende piede un'impostazione più heavy, più chiassosa, mentre i brani si fanno sempre più prolissi, somigliando a una sorta di arrampicata su scale toniche con velocità impossibili e scambi strumentali al limite dell'umano.
In molti sostengono che si sia passato il segno, che si badi più alla fredda tecnica che all'aspetto emozionale dei brani. Chiaramente c'è una componente soggettiva che non si può ignorare, dal canto mio ritengo questo un album poco significativo nel percorso artistico della band, dove emerge più una confusione creativa che una chiara direzione mentale, dove giusto in uno o due brani si fa sentire lo spirito del gruppo e il messaggio che esso intende proporre. Per il resto, i Dream Theater, con Six degrees of inner turbulence non sembrano riuscire a raggiungere l'ascoltatore in modo efficace. Troppo intricato, troppo ermetico, alla fine ciò che rimane è un gran frastuono e poco più.
Anno di pubblicazione: 2002
Titoli brani:
Disc 1
Disc 2
a. Overture
b. About to Crash
c. War Inside My Head
d. The Test That Stumped Them All
e. Goodnight Kiss
f. Solitary Shell
g. About to Crash (Reprise)
h. Losing Time/Grand Finale
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SCENES FROM A MEMORY - Dream Theater
Da molti considerato il loro lavoro migliore, di certo incarna il vero spirito del gruppo, cioé quello della narrazione musicale. Per molti mesi gran parte dei fan si sono lambiccati il cervello nel tentativo di scoprire la complessa trama che sta alle spalle di questo concept, che ben si presta, visto l'intrico della stessa esposizione, a speculazioni di ogni genere.
Tuttavia una storia c'è, piuttosto sorprendente anche, che mette in luce la parte più spirituale dei Dream Theater, spiegando un po' il loro punto di vista sulla vita e la morte. La rappresentazione di questo vero e proprio testo teatrale è affidata come sempre alle arzigogolate e geometriche costruzioni del quintetto, la cui caratura tecnica è sempre su livelli spaventosi.
La sensazione immediata che si prova nel maneggiare il disco è quella trasmessa da un'opera molto ricercata, su cui si nota una cura del dettaglio a partire dal libretto, fino naturalmente al contenuto del cd. Unica nota stonata, la qualità della registrazione a mio giudizio non proprio eccezionale (sound un po' opaco).
Emerge fin dai primi secondi lo stile del concept, quando la voce dello psicoterepeuta ci introduce nel dramma. E' un inizio molto floydiano, dopotutto i Dream Theater piazzano spesso qua e là omaggi ai gruppi che del prog hanno fatto la storia. Ma si tratta solo di poche battute perché poi i cinque ingranano la marcia e partono subito spediti, lasciandosi dietro tutto e tutti per imporre il proprio sound con la consueta autorevolezza.
La prima mezz'ora va giù tutta d'un fiato, l'esecuzione si trascina dietro l'ascoltatore in una sorta di scivolo da luna park, lanciati a tutta velocità nello svolgersi del racconto. Giunti in fondo si tira momentaneamente il fiato ma dura poco perché poi si ricomincia, anche se i ritmi si fanno più cadenzati e vari, alternando momenti aggressivi e drammatici ad altri più riflessivi. Fino al gran finale, quando il sipario infine cala.
E' un'opera di forte impatto, anche eseguita dal vivo sul palco riesce ad emozionare. Il nuovo arrivato Rudess alle tastiere imprime subito la propria impronta al suono del gruppo, nel quale sembra integrarsi alla perfezione, dopotutto diverrà colonna portante negli anni successivi quando i Dream Theater acquisiranno una conformazione stabile e duratura.
In molti concordano sulla considerazione che proprio grazie a "Scenes from a memory" il gruppo abbia avuto la possibilità di uscire da una sorta di tunnel creativo, che rischiava di far perdere loro le (buone) idee sulle quali si basavano i primi, splendidi lavori. Di certo è in questo album che vengono gettate le basi di una impostazione che la band si porterà dietro nel decennio successivo, sulla quale costruirà la propria conformazione definitiva e maturerà le evoluzioni che ogni gruppo progressive cerca.
Anno di pubblicazione: 1999
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OCEANIC - Vangelis
Come suggerito dal titolo della prima traccia, Vangelis ci invita a intraprendere con lui un viaggio intorno al mondo, solcando le acque degli oceani. E con la consueta grazia che contraddistingue la musica del grande artista greco, ci troviamo immersi in paesaggi dove l'azzurro del mare e del cielo spadroneggiano, dove il calore del sole bacia la pelle e dove le coste, luogo in cui acqua e terra si incontrano, disegnano forme e atmosfere che cambiano al cambiare della latitudine. Dalle spiagge spagnole alle isole orientali, dalla barriera corallina alle onde del Pacifico, Oceanic tocca lidi meravigliosi, dipinge atmosfere da sogno, Vangelis sa incantare come solo un maestro del suo calibro può fare.
Anno di pubblicazione: 1996
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THE SONGS OF DISTANT EARTH - Mike Oldfield
Senza pretese sperimentali, Mike Oldfield propone un disco molto accattivante, fatto di brani orecchiabili e sonorità attraenti. Le tracce si lasciano ascoltare senza fatica, regalando all'ascoltatore quel "sense of wonder" della migliore fantascienza. The songs of distant earth prendono infatti forma dalle idee di Arthur C. Clarke, uno degli scrittori più noti del genere, Mike Oldfield ne trae ispirazione e si butta in un viaggio fantastico. Atmosfere a metà fra lo scientifico e lo spirituale, fra il tecnologico e il mistico si alternano musicalmente, l'ascoltatore si trova immerso in atmosfere riflessive, contemplative per poi passare a momenti di pura esaltazione.
Niente ricerche, niente estremismi, The songs of distant earth non vuole essere altro che un viaggio entusiasmante.
Anno di pubblicazione: 1994
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REMEDY LANE - Pain of Salvation
Ormai la strada per i Pain of Salvation è tracciata. Il loro stile è riconoscibile, il livello dei loro lavori molto alto, sia sotto l'aspetto artistico che tecnico-espressivo. Il loro pubblico si è "abituato bene" e non è sempre facile mantenere certi standard. Tuttavia il prerequisito principale di una prog band, a prescindere dal genere di appartenenza è quello di sapersi reinventare o per lo meno aggiungere qualcosa a quanto già fatto in passato, senza mai incorrere nel pericolo di ripetersi.
In questo disco i Pain of Salvation lavorano "di fino" su quanto di buono avevano fatto nel loro precedente lavoro, riprendendo gran parte dei temi musicali, rilavorandoli, rinnovandoli, donando ad essi nuova linfa. Ne esce un'opera di grande impatto emotivo, in grado di regalare all'ascoltatore momenti forti ed entusiasmanti.
Remedy Lane narra di eventi che hanno riguardato la vita personale di Daniel Gildenlow, cosa che ha portato il nostro piccolo genio a comporre brani più intimisti ma anche più viscerali, vibranti, intensi. Ne è uscito un altro ottimo disco, che alza ulteriormente il già elevato livello di eccellenza raggiunto da The Perfect Element. Un risultato che francamente era difficile aspettarsi ma questo è un gruppo che ci ha ormai abituato a sorprenderci.
Anno di pubblicazione: 2002
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MEN AND WOMEN - Simply Red
Quel che di buono si era ascoltato nell'album di esordio Picture book, viene qui ripreso ed elaborato con un nuovo stile, confermando le doti di una band riuscita sotto tutti i punti di vista, creativo, tecnico e anche commerciale. Tutti i brani contenuti in Men and women sono orecchiabili, divertenti, da ballare o fischiettare e appaganti anche da un punto di vista lirico, dal momento che i testi trattano argomenti interessanti e non banali, a sfondo romantico ma anche sociale.
Colpisce l'esecuzione, impeccabile, studiata nei dettagli, i musicisti non si limitano a suonare i pezzi ma li interpretano cercando di dare un tocco personale, aspetto questo che rende i Simply Red un gruppo musicale più raffinato dei tanti altri loro simili. E` proprio questo che li rende una band a tutti gli effetti. L'invadente presenza di un cantante eccezionale come Hucknall rende fatalmente difficile la vita agli altri componenti, i quali infatti finiranno col vivere alla sua ombra. Questo triste destino però ancora non si vede in questo disco, il gruppo è compatto e ogni sua parte dà il meglio di sé, cosa che infatti porta a un ottimo risultato. Lo stesso non si può dire per i lavori seguenti, nei quali la coesione dei Simply Red si perde, portando a un peggioramento della qualità e paradossalmente a un maggior successo di pubblico.
Anno di pubblicazione: 1987
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IN CONCERTO, VOL. 1 e 2 - Fabrizio De André, P.F.M.
Quello che può essere considerato uno dei migliori dischi live mai pubblicati è prima di tutto il risultato di un connubio eccezionale, un risultato il cui successo è proprio dovuto al fatto che il pubblico era infine pronto per esso.
L'eccezionale profondità lirica di De André infatti trova il suo completamento musicale nel rock progressivo della P.F.M., il quale non si limita ad accompagnare i celebri brani del cantautore genovese ma li sostiene, li amplifica, li proietta in una nuova dimensione, facendo acquistare ad essi un'energia e un impatto travolgenti. Fu la migliore dimostrazione di quanto la musica italiana, quando ben condotta, potesse tranquillamente stare al pari dei mostri sacri che al tempo imperversavano a pieno diritto sulla scena internazionale.
Ciò che stupisce più di tutto è la straordinaria compiutezza di questa opera, ancora più considerando il fatto che è stata eseguita su un palco davanti a un vasto pubblico. Il poeta e menestrello, delicato e romantico, che attraverso le casse dell'impianto stereo si introduce in casa nostra quasi in punta di piedi, chiedendo permesso, come avesse paura di disturbare, viene improvvisamente montato in spalla da un gruppo di ragazzacci i quali, dando fiato alle trombe con l'irruenza del rock, scuotono l'ascoltatore, inducendolo a sentire non più solo con le orecchie della mente e del cuore ma anche con quelle delle mani, delle braccia, della pancia, di tutto il corpo.
La magia è compiuta: la delicatezza della poesia, la potenza del rock, mischiate in dosi misurate, amalgama perfettamente riuscito, arte allo stato puro.
Anno di pubblicazione: 1979
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THE CITY - Vangelis
Il fascino di una metropoli è quello di un essere vivente immenso e dai mille volti. Infiniti stimoli si offrono a chi si sofferma nel contemplarla. Se si ha l'occasione di osservarla con distacco, dall'esterno, senza venirne coinvolti, se ne può carpire l'essenza. Vangelis lo ha fatto, guardando una città in una giornata normale, come si comporta, come cambia col passare delle ore, le luci e le ombre che la illuminano e la oscurano.
Utilizzando suoni sintetici ottenuti dagli stessi rumori della metropoli, Vangelis descrive la giornata tipo di questa grande creatura, scrivendo dei pezzi in grado di trasportare chi ascolta nelle strade ancora deserte alle prime luci dell'alba, nell'ordinato andirivieni del mattino lavorativo, fino all'iper attivo centro affaristico, per poi spostarsi verso il sazio relax serale e la seducente notte brillante.
Vangelis è geniale nella sua espressività, evocativo e dinamico, malinconico e attraente. Un affresco dei tempi contemporanei, straordinariamente efficace.
Anno di pubblicazione: 1990
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LUNA MATANA - Lucio Dalla
Nel percorso artistico di un musicista, se c'è un reale interesse per la Musica in quanto tale, si arriva prima o poi a cercare nuovi stimoli, nuove idee, nuove direzioni. Se si possiede l'impagabile dono della curiosità, del desiderio di scoprire, non ci si può esimere dalla ricerca del nuovo.
Lucio Dalla, da par suo, non fa eccezione. Se da un lato ha saputo sfornare brani dotati di liriche vincenti, dall'altro è anche vero che il suo talento non può limitarsi a restare imbrigliato in sentieri già tracciati e percorsi innumerevoli volte. Viene così fuori la vena sperimentale, quella di chi sa e vuole fare musica davvero, che non si accontenta di mettere insieme due note ed ecco, la canzonetta è bella fatta.
Luna Matana è il risultato di un lavoro che va al di là di quanto visto in passato, è evidente lo sforzo compiuto dal cantautore bolognese nella ricerca di nuovi stili, nell'utilizzo di suoni innovativi, nelle strutture raffinate dei brani e nella ricercatezza dei testi. Ne esce un disco che richiede un ascolto più attento di quello che si riserverebbe a uno "normale", le cui peculiarità vengono fuori solo dopo numerosi ascolti.
Si può parlare di una maturità artistica di Dalla che però non lascia pensare che si tratti di un punto di arrivo, dell'apice della parabola oltre il quale non si potrà più andare. Al contrario, la sensazione netta è che questa sia addirittura una prova generale, un test per saggiare le vere potenzialità dell'artista, il quale sembra finalmente sciogliere i nodi di una corda che lo teneva imbrigliato e infine partire alla ricerca di nuovi lidi.
Insomma, Luna Matana sembra essere l'inizio di un nuovo corso, quello più congeniale a Dalla, quello che davvero fa emergere la sua caratura artistica e che fa capire come questo lavoro sarà il primo di una lunga serie. Ottimo antipasto per un banchetto che si preannuncia lungo e gustoso.
Anno di pubblicazione: 2001
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LOVE SONGS - Elton John
La forza di Elton John sta nel saper trovare sempre la via più diretta al cuore di chi ascolta. Non riguarda solo i testi ma anche la musica. Difficile, dopo aver fatto girare un suo disco qualche volta, non trovarsi a fischiettare questo o quel brano.
Questa piccola magia riesce grazie all'inesauribile creatività dell'artista inglese, nonché alla notevole preparazione tecnica, sia dal punto di vista dello strumento (il pianoforte) che della voce, grazie alla quale i suoi pezzi hanno quel qualcosa in più che li distingue dalle solite canzoni d'amore prodotte dall'industria discografica.
La canzone d'amore infatti non deve necessariamente essere banale. L'argomento è senza dubbio inflazionato, non v'è artista che non si sia sentito in dovere di dire la sua in materia. Tuttavia c'è spazio per chi vuole distinguersi e Elton John è uno che sa farlo.
La sua musica è sempre raffinata, come sa bene chiunque abbia tentato di cimentarsi nell'esecuzione, dietro un motivo orecchiabile e apparentemente semplice si nasconde sempre una scelta tecnico-stilistica ricercata, proprio ciò che rende interessanti le sue canzoni.
In questa raccolta le "love songs" sono tutte così, facili ma non scontate, la magia è riuscita ancora.
Anno di pubblicazione: 1982
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PARADISE LOST - SymphonyX
Questa volta mi devo sbilanciare. La situazione lo richiede.
Ebbene sì, ci troviamo di fronte al gruppo power metal DEFINITIVO. La potenza del metallo qui trova veramente la sua massima espressione, non si può chiedere di più. L'epica, la lirica, l'energia, unite a una tecnica esecutiva ai limiti del possibile portano i SymphonyX al vertice di questa espressione musicale. Ma è necessario andare ancora oltre. Un gruppo come questo non può rimanere costretto all'interno di una scatola sonora riprodotta da un impianto stereo, per quanto di qualità. E nemmeno il palco di un palazzetto dello sport rende giustizia alla loro arte.
Il posto giusto per i SymphonyX, signori, è il teatro dell'opera. Perché questa è la nuova espressione della lirica. I grandi capolavori che i maestri dell'Ottocento mettevano in scena trovano qui la loro discendenza, l'Opera lirica tratteggiata dalle forme espressive più sublimi che il metallo al giorno d'oggi è in grado di offrire.
L'heavy metal ha subito una trasformazione nel corso dei suoi ormai lunghi anni di onorata carriera. L'evoluzione che ha subito trova in gruppi come i SymphonyX l'espressione più perfetta. Libero da ogni costrizione di genere, Paradise Lost racchiude in sé un racconto, una storia epica che viene illustrata con una musica adeguata, in cui le contaminazioni "prog" costituiscono la spina dorsale di una struttura granitica ed esplosiva. Ne esce una vera e propria opera lirica, che per essere eseguita a dovere necessita di un'orchestra sinfonica, di un coro e di un corpo di ballo che possa coerentemente rappresentare ciò che chitarra, basso, batteria, tastiere e quell'incredibile prodotto della natura in forma vocale che è il cantante Russell Allen sono in grado di produrre. Ma mi guardo bene dal dare preferenze perché non se ne possono avere per questo quintetto di maestri.
Insomma, li abbiamo ascoltati nel nostro soggiorno, li abbiamo applauditi davanti al loro palco, è giunto il momento di alzare un nuovo sipario.
Anno di pubblicazione: 2007
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BLADE RUNNER - Vangelis
Il genio creativo di Vangelis raggiunge in questo album uno dei suoi vertici più alti. Uscito con notevole ritardo rispetto alla prima proiezione dell'omonimo film nelle sale cinematografiche, ne accompagna la seconda uscita, quella del director's cut, dando finalmente soddisfazione ai tanti fan che da anni ne chiedevano a gran voce la pubblicazione.
Non si può negare che buona parte del successo della pellicola deva esssere attribuita all'azzeccata colonna sonora dell'artista greco che ha saputo cogliere le atmosfere drammatiche, oniriche e cupe dell'ambientazione fantascientifica di Blade Runner. Molte sono le tracce che fanno ormai parte dell'immaginario collettivo, a partire dal celeberrimo “end titles”, la cui forza espressiva comunica tutto il dramma del film, il senso di urgenza, la corsa della fuga dal destino. E poi c'è l'opulenta “main titles”, grandiosa overture, con le famose fiammate che illuminano il tetro cielo di Los Angeles, “Love theme”, romantica e palpitante, “Blade Runner blues”, malinconica e disperata, fino alla struggente “memories of green”, vero capolavoro di Vangelis, dove un pianoforte scordato letteralmente piange note, ricordando un passato fatto di verdi speranze, naufragato però in un nero presente.
Si tratta di un disco che va oltre la semplice colonna sonora, poiché non si limita a dare un commento al film ma ne rappresenta parte integrante e come tale vive di vita propria, anche estrapolato dal contesto, ricco di una carica espressiva in grado di renderlo un'opera indipendente di rara bellezza.
Anno di pubblicazione: 1994
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Leggi anche la nostra recensione sulla raccolta di racconti "Visioni dal futuro" di Philip K. Dick
Leggi la nostra recensione sul film Blade Runner
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THE PERFECT ELEMENT PT.1 - Pain of Salvation
I Pain of Salvation hanno ormai raggiunto la piena maturità e la consacrazione in ambito internazionale. A differenza di molti che tendono ad adagiarsi sugli allori, i nostri eroi non si fermano ma proseguono sulla loro strada, lavorando a nuove idee e nuovi progetti. Nasce così The Perfect Element, uno dei lavori più riusciti del gruppo. Tematiche torbide, fatte di sofferenza, di drammi familiari, della ricerca di una via d'uscita.
L'impatto sonoro è a tratti devastante, quel che serve ad esprimere ciò che il gruppo intende raccontare ma anche qui i cambi repentini, i salti di corsia, le piroette strumentali sono disseminate ovunque. La caratura tecnica arriva a vertici in cui pochi si possono confrontare. Questo disco è semplicemente straordinario.
Anno di pubblicazione: 2000
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SYSTEMATIC CHAOS - Dream Theater
Con questo album i Dream Theater ritrovano finalmente una vena creativa che nei lavori precedenti andava a singhiozzo. La sensazione è che abbiano una volta per tutte messo da parte certe scelte stilistiche che sembravano non tanto dettate da precise intenzioni artistiche bensì espedienti per dimostrare quanto fossero belli e bravi. Stiamo parlando di un nome che calca le scene da un ventennio e, nonostante qualche cambio di line-up, la caratura tecnica non è mai stata messa in discussione, di conseguenza è inutile insistere con certe dimostrazioni di forza, così come è anche inutile da parte di chi ascolta, perdere ore in inutili discussioni sulla necessità o meno di inserire un certo assolo, di usare un certo tempo, di allungare o accorciare certe partiture.
I Dream Theater hanno fatto della tecnica musicale una ragione di vita, quindi chi afferma che i loro pezzi sono troppo tecnici mi lascia quanto meno perplesso. E` logico che lo siano, d'altronde nessuno chiederebbe a Frank Sinatra di limitarsi a suonare uno strumento e smettere di cantare.
Detto questo, se è vero che, come in tutti i precedenti, anche in questo album la tecnica la fa da padrona, è anche vero che la stessa è giustamente messa al servizio dello svolgimento dei brani, senza dare l'impressione, come è capitato in passato, di essere un puro esercizio di stile per i motivi detti sopra.
Systematic chaos è un album dalle tinte bibliche, direi quasi dantesche, per i temi trattati, di certo ispirati dagli avvenimenti internazionali degli ultimi anni in cui l'America è coinvolta in prima persona. I nostri cercano di dare voce alla loro maniera a una coscienza popolare sempre più stordita di fronte all'odio imperante che permea questa nostra epoca. Ne escono ritratti a tinte fosche, dove non c'è spazio se non per brevi sprazzi di luce, insufficienti a rischiarare una scena che, se proprio non si può definire pessimistica, risulta essere incerta, preoccupante, a tratti disperata.
Immagini ben descritte da testi non troppo contorti, in alcuni momenti ruvidi, si riscopre quella vena giustamente drammatico-teatrale, tipica di certi vecchi e ben riusciti lavori. I momenti prettamente strumentali sono come sempre devastanti, in questo album forse più che in tutti quelli passati o per lo meno si arriva molto vicino al punto di “sopraffazione” acustica, acuiti da una registrazione granitica. I suoni sono tutti ben bilanciati, anche se, come accade di frequente, chitarra e batteria vengono messi un po' troppo in risalto (sembra di vedere il buon vecchio Mike mentre picchia come un fabbro sui suoi tamburi trasparenti nel centro del palco, con quel fare da sbruffone scanzonato che, inutile dirlo, ci piace assai), dando la possibilità di gustare per bene gli arzigogoli che i nostri tracciano nell'aria con disarmante facilità.
Ripeto però che questo ormai non è più l'aspetto più evidente del gruppo. Sono passati i tempi in cui ci si scambiava i loro dischi dicendo, “senti questi, che manici!”, il tempo della maturità è ormai giunto e non ci resta che goderci il lavoro di un gruppo completo sotto tutti i punti di vista.
Anno di pubblicazione: 2007
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CAMERA OSCURA - Hana-b
Il panorama musicale italiano ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovato periodo di splendore, grazie al fiorire di nuove proposte, fresche di idee e di immagine. Occorre però distinguere fra le vere invenzioni e le semplici operazioni commerciali, a base di gruppi costruiti a tavolino e brani confezionati come panettoni natalizi.
Da questo punto di vista gli Hana-b non deludono. A fronte di un'immagine molto moderna e modaiola, propongono un sound in stile britannico, col quale costruiscono pezzi orecchiabili ma non banali, che sanno catturare chi ascolta e comunicare emozioni.
A differenza di altri gruppi simili nello stile, gli Hana-b in Camera oscura intendono esporre un pensiero che corre lungo tutto l'album, che non ha niente a che fare con i soliti, noiosi racconti delle pene amorose tipiche di queste band ma che, al contrario, affronta senza paura temi delicati come la maturazione, il distacco dall'adolescenza, il malessere di chi si rende conto che sta crescendo e si sente tremendamente inadeguato. C'è però un elemento che salva queste storie da un puerile lamento inconcludente, cioè una coraggiosa spinta ad affrontare l'avvenire e le sfide che ci si parano innanzi, senza l'incedere di uno spacca-montagne bensì un passo per volta, con la coscienza di chi sa di non essere un superuomo e tuttavia decide di scommettere su se stesso.
Questo disco è l'ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto ricco sia il sottobosco musicale di casa nostra e di come, tanto per cambiare, esso faccia fatica ad emergere, soffocato dai soliti nomi, incapaci ormai di proporre idee altrettanto innovative ma in grado solamente di mantenersi, arroccato in uno sterile edonismo.
Non resta quindi che incoraggiare chi tenta di uscire dal coro per proporre al pubblico nuovi stimoli e punti di vista. Gli stessi stimoli che proprio il pubblico fatica a ritrovare. Come si vede, però, il materiale c'è, va riscoperto il desiderio di andarlo nuovamente a cercare.
Anno di pubblicazione: 2005
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Leggi questa intervista a Fabrizio Vitale, voce degli Hana-b
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VOGLIO PROPRIO ESAGERARE - Vasco Rossi
Al di là di tutto quello che si è detto e scritto su questo artista, restano tre decenni di successi che poggiano su basi solidissime. Anche coloro che non hanno mai potuto soffrire Vasco Rossi per i suoi atteggiamenti, le sue esagerazioni e anche per ciò che dice nelle sue canzoni, non possono negare l'evidenza. Non si può infatti ottenere un seguito numeroso come il suo per così tanto tempo grazie a qualche canzonetta ben riuscita e un paio di concerti coinvolgenti.
La verità è che abbiamo a che fare con un artista completo, dotato di una voce inconfondibile, capace di costruire un rapporto col proprio pubblico che, ne sono certo, molti gli invidiano ma che, soprattutto, scrive canzoni in grado di raggiungere coloro che le ascoltano toccando le corde più sensibili. E lo fa senza consumarsi in testi che parlano dei massimi sistemi, Vasco racconta storie semplici, quotidiane, parla dei propri sogni e del proprio disagio, quello di una generazione che vorrebbe esprimersi ma non riesce a farlo, che ripudia le regole imposte da una società bacchettona e intransigente perché non vi si identifica ma allo stesso non riesce a combatterla e la subisce. Da qui quel senso di frustrazione, di insoddisfazione che però non scade nel drammatico ma mantiene quel sapore dolce amaro tipico della migliore tradizione nostrana.
Voglio proprio esagerare è una vecchia raccolta di brani, relativi al primo decennio di attività, forse quello più significativo da un punto di vista artistico, quello che lo vede in netta contrapposizione con il mondo in cui vive, lo stesso che oggi ha finito col metabolizzarlo. Vasco Rossi non è più un fastidioso e antipatico personaggio, è un famoso cantautore che riempe gli stadi e vende dischi a quintali perché fa belle canzoni. Ma sono proprio queste canzoni che rimangono e rimarranno, il loro messaggio, le emozioni che trasmettono ormai ci sono e, come tutte le opere d'arte, continueranno ad esserci per chi saprà ascoltare.
Anno di pubblicazione: 1993
Titoli brani:Disco 1
Disco 2
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LA MIA GENERAZIONE HA PERSO - Giorgio Gaber
Quanta amarezza in questo album. A partire dalla copertina, in cui campeggia il volto di un artista disilluso, che tenta anche di abbozzare un sorriso ironico, quello che forse lo caratterizza maggiormente ma che ormai egli stesso fa fatica a trovare.
Gaber denuncia la sconfitta di una generazione che non è riuscita a conquistare ciò per cui ha lottato. E lo fa con un'ironia pungente, con un sarcasmo tagliente, spietato, che non nasce dalla semplice delusione della sconfitta bensì dal modo con cui essa è maturata. La generazione di Gaber non ha perso con onore, semplicemente si è spenta, soffocata dalla propria stessa inettitudine e lui, come è logico, non può che puntare il dito, denunciarlo, costringere il malessere latente che ne è nato a venire allo scoperto, come un'infezione, un pus.
Si può sorridere ascoltando Gaber ma si prova anche un certo disagio quando si scopre che, di quella generazione, si faceva parte e si è fatta la stessa fine di tutti gli altri.
Cosa resta di tanta amarezza? Un incolmabile senso di perdita, un rimpianto sconfortante? Forse. Ma perché allora, anche nel momento più malinconico, il grande artista conserva sempre quella traccia dell'antico combattente, quel guizzo che, anche solo per un istante, giunge come un cambio di passo? Si ha la sensazione che tanto cinismo in realtà sia più una maschera, un riparo per proteggersi dalla sofferenza e che basterebbe anche solo un cenno per togliersi di dosso i panni dello sconfitto.
La mia generazione ha perso non è una semplice raccolta di canzoni. E` la testimonianza, si potrebbe dire quasi il lascito, l'eredità di un grande artista, del suo pensiero, della sua intelligenza quale è stato Giorgio Gaber.
Anno di pubblicazione: 2001
Titoli brani:
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SOUNDTRACK 96 06 - Elisa
Questo è un ottimo esempio di quello che io considero il rock “al femminile”. Non intendo certo assegnare una nuova definizione musicale né tanto meno annunciare la nascita di un genere. Si tratta di una sensazione del tutto personale, che nasce dall'ascolto di un'esecuzione strumentale di impronta rock, quindi dinamica, aggressiva, unita a un timbro di voce molto delicato, a tratti angelico. Un mix rafforzato ancor più dalle liriche, decise, passionali, romantiche.
La musica di Elisa non richiama alla mente la forza della roccia granitica che si erge a difesa dei valori in cui crede, piuttosto quella dell'albero sottile che si piega sotto la forza del vento ma resiste ben saldo sul terreno. E` lo sguardo fermo del coraggioso, i denti stretti di chi trattiene le lacrime, l'urlo di gioia di chi ha vinto. Non è necessario esser grandi e grossi per esser forti. Una carezza può esser pesante quanto un pugno, un sussurro assordante quanto un grido.
Soundtrack è un concentrato di emozioni, pezzi orecchiabili, leggeri, si alternano a momenti toccanti, che meritano un ascolto più attento. Il meglio dell'artista, almeno fino a oggi.
Anno di pubblicazione: 2006
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